DnD: la sfida dei 30 giorni parte 4

luglio 12, 2013 § 2 commenti

Mondo di gioco preferito

La traduzione corretta del punto (Favorite Gameworld) potrebbe essere più appropriatamente “Ambientazione preferita”, ma ho preferito mantenere questa sfumatura.

Inanzitutto, per rispondere a questa domanda bisogna considerare il fattore storico, siccome ho avuto diverse preferenze nel corso degli anni. A parte i primissimi mesi di gioco in cui il setting delle nostre partite era assolutamente neutro (più avanti venni a sapere che il mondo di “Uno Sguardo Nel Buio” si chiamava Dere, quello di “D&D” Mystara, quello de “I Signori Del Caos” Arret e così via) la prima ambientazione pubblicata che mi colpì fu Forgotten Realms (e il Champions Universe per quanto riguarda il supereroistico).

Il mio approccio ai Forgotten Realms risale al periodo che va dal 1987 (data di pubblicazione della scatola grigia) al 1989 (data di pubblicazione della seconda edizione di AD&D). Ricordo difatti che per un lungo periodo frustai i manualetti della scatola grigia e una serie di splendidi supplementi FR che ne seguirono l’immediata pubblicazione. E’ già stato detto altrove ma vorrei ribadirlo – i Forgotten Realms dei primi anni, quelli vergati solo dalla mano Ed Greenwood sui suddetti manuali e negli articoli di Dragon, non hanno NULLA a che vedere con i Forgotten Realms come li conosciamo oggi. Non si tratta solo di una questione di arricchimento del mondo, ma di “flavor”. Il retrogusto di FR quarta edizione non ha nulla a che vedere con quello di quelle prime pubblicazioni. Il FR di Greenwood era un posto misterioso, estremamente “weird” al confine con la fiaba. Un mondo spezzettato e imprevedibile pieno di segreti antichi da svelare, un ibrido di Storia Infinita e Legend, Labyrinth e Dark Crystal. Per qualche anno Forgotten Realms fu il mio “setting of choice”, l’ambientazione di default in cui poter essere il “guru” assoluto del branco. In seguito l’uscita della seconda edizione di AD&D portò con se diverse nuove ambientazioni che a vederle oggi erano tutte interessanti. Mentre FR affondava (tra retconning vari di moduli come Bloodstone e i romanzi di Salvatore), Carl Sargent, che è tuttora uno dei miei scrittori preferiti rilanciò un Greyhawk gritty e low-fantasy devastato dalle guerre in quel capolavoro di scatola che è From The Ashes (e il un po’ meno superlativo “City of Greyhawk“). A cavallo della pubblicazione del PHB uscì anche Spelljammer, forse un po’ troppo maturo (leggi “vecchio”) per i miei gusti di allora e Ravenloft, ispirato alla classica avventura di Weis/Hickman, e così via. Due setting però in particolare meritano menzione almeno per quanto riguarda la mia esperienza di gioco, due setting che collezionai e lessi cover to cover dalla prima pubblicità al più ignobile gadget o gioco di carte – Dark Sun e Planescape.

Tuttora credo che Dark Sun sia una delle piu belle ambientazioni di AD&D. Libero dagli stilemi tolkieniani che hanno travolto il D&D post-Gygax (che comunque continuo a vedere più legato a un fantasy patchwork di classici pulp alla Leiber, Moorcock, Dunsany, Ashtom Smith ecc.), Dark Sun aveva a mio avviso un potenziale immenso su tutti i livelli, ridotto poi in merda dal suo stesso autore con una serie agghiacciante di romanzi. Ricordo che giocammo la prima avventura, “Freedom”, più o meno nel periodo in cui iniziai a leggere i libri. Un’esperienza nuova visto che non ebbi mai modo di giocare la vecchia Dragonlance. Non sto ad elencare i motivi perché trovassi Dark Sun così coinvolgente, diciamo solo che trovavo stimolante l’idea di questo enorme mondo al collasso. Fu in questo periodo che forzai molto la mano sul gioco di ruolo al di sopra del bieco gioco di avventura ipercinetica e di ricerca che tanto è in voga oggi negli appassionati di OSR. Dark Sun, nonostante le arene e l’enfasi sul combattimento feroce e sulla sopravvivenza, fu il nostro banco di prova per uno stile di gioco molto più interpretativo e soffocante. Fu un vero punto di rottura e un grande passo avanti verso uno stile di gioco tutto nuovo, del quale senza modestia, mi fregio tuttora di avere introdotto almeno nella mia zona. Va considerato che sta roba accadeva poco prima dell’arrivo del fenomeno di Vampiri, quindi posso dire che fummo su questo decisamente precursori. Anni dopo, fui costretto a vendere buona parte dei manuali per finanziare un progetto, ma ancora tengo a cuore questa ambientazione.

Con Planescape ci fu una lunga, dolorosa e complessa storia di amore-odio. Dovete sapere che quando comprai il mio primo manuale di AD&D (il DMG costina arancione) provai subito una sorta di attrazione quasi morbosa per il concetto di piani esterni di esistenza. Il Monster Manual poi aveva una serie di disegni di creature mostruose in stile simile ai woodcut medievali, chiamati demoni e diavoli, alcuni di livello di potere inimmaginabile. Il Monster Manual II parlava anche di circoli di potere, cerchi taumaturgici, e introduceva gli angeli : i cosiddetti Deva. Sin dai primi giorni in cui approcciai il gioco fantasticavo di campagne lunghissime che si sarebbero evolute attorno ai personaggi che sarebbero eventualmente entrati in conflitto con queste creature immensamente potenti. Negli anni che precederono l’uscita di Planescape, l’analisi di questa feature dell’ambientazione standard proseguì e cominciai a raccogliere tutti gli articoli (compreso la  famosissima analisi di Greenwood sui Nove Inferni) e i supplementi (come Queen Of The Demonweb Pits, Tales From The Outer Planes, Throne Of Bloodstone ecc.) che parlavano di “piani di esistenza”. Fu una ricerca affascinante perché mancava di un vero e proprio collante tra tutti questi tasselli e cominciai ad organizzarmi per giocare alcune avventure proprio in un’ambientazione ibrida tra quella terrestre e quella di ricerca nei piani di esistenza, grazie soprattutto al bellissimo Manual Of The Planes di Jeff Grubb che straripava di idee e concetti da esplorare. Prendi un po’ dagli artifacts del DMG, un po’ dai trafiletti sulle evocazioni ecc. tutto stava prendendo forma. L’uscita di Planescape travolse improvvisamente tutti i miei piani. Le prime immagini che si vedevano sulle riviste mostravano scenari apocalittici di città aliene in rovina che superavano persino le mie ambizioni. Quello che si vedeva dai pochi preview era più che fantastico. Attesi con ansia l’uscita della scatola e quando giunse al negozio locale, ero in trepidazione. Se c’era una cosa sicura è che sarebbe stata il nuovo “setting of choice” per gli anni a venire. Alla prima seduta seguente annunciai di aver preso il box e avvertii il resto del gruppo di non leggerlo assolutamente perché di li a poco avremmo generato i PG. Purtroppo arrivai tardi. Un altro giocatore non solo se l’era letto tutto ma aveva anche già iniziato a scriverci sopra materiale. Ouch! Lo stile un po’ fiabesco, un po’grottesco, colmo di humour “tongue in cheek” come si suol dire, non è che mi convincesse moltissimo. Lasciai che questo mio amico prendesse le redini del gioco. Seguirono alcune sessioni decisamente insipide, terminate con uno sgarro molto grave che mi fu fatto all’epoca e del quale non parlerò nel dettaglio. Continuai comunque a collezionare tutto quel che usciva e credo avessi per un periodo tutto quello che era mai uscito, a partire dai poster alle pubblicità promozionali della GenCon, al gioco di carte Blood Wars, e così via. Anche questo setting fui costretto a venderlo in blocco per una discreta cifra per lo stesso motivo per il quale mi liberai di Dark Sun. Ebbi modo di giocare un po’ a Planescape in seguito e per quanto non fosse in linea con quelli che erano i miei canoni estetici lo trovo ancora un buon setting, sicuramente coraggioso.  Personalmente preferivo l’approccio apocalittico – cosmico alla Elric suggerito dalla prima concept art ma senza dubbio il risultato è stato geniale. DiTerlizzi ha dato un taglio molto specifico e personale all’ambientazione anche se non è assolutamente lo stile che avrei scelto per questo mondo se fossi stato l’art director della TSR in quei tempi.

Concludo rispondendo alla domanda iniziale. Il mio mondo preferito? Da qualche anno a questa parte Greyhawk è entrato definitivamente in prima posizione come “default” delle nostre partite e sicuramente al momento è la mia ambientazione preferita. Vuoi perché è un omaggio a Gygax, vuoi perché lo stile low fantasy dell’ambientazione post-Sargent è stilisticamente da sempre quello che più mi piace, vuoi perché è stato teatro delle nostre avventure più memorabili, vuoi perché Canonfire è una magnifica community di grognard come me alla ricerca di dettagli nascosti negli albori più remoti del gioco. Greyhawk è semplicemente la quintessenza di AD&D, nonostante Blackmoor fosse forse la più “antica” e Mystara la prima ambientazione ufficiale in Italia.

Altre ambientazioni affascinanti di altri GDR e degne di essere citate sono ovviamente il Champions Universe, l’ambientazione contemporanea e supereroistica di Champions anch’essa fino alla quarta edizione piena di curiosità e dettagli nascosti tra le pagine di dozzine di avventure (Monte Cook fece un lavoro eccezionale di raccolta nel supplemento omonimo). Diciamo è un po’ il Greyhawk del supereroistico. Il mondo di Warhammer 40.000 lo conosciamo tutti: è un mondo fantastico, originale e maestoso. Fino a qualche tempo fa non esistevano GDR ambientati in quell’universo, potrebbe valer la pena provarne uno oggi (anche se esistono conversioni per Hero System da noi testate anni fa). Citerei anche il setting di Fighting Fantasy, che con i disegni di Russ Nicholson sono quanto di più iconico posso immaginare per un fantasy “vanilla” anglosassone. Il Magnamund di Lupo Solitario ha ovviamente un posto nel mio cuore, e in parte anche il mondo classico di Warhammer Fantasy Roleplay anche se non mi piacciono per nulla i paralleli spinti in scala 1:1 con le culture medievali della nostra storia reale (russi, tedeschi, italiani ecc.). Il mondo di WH è comunque un mondo fantasy medievale “marcio” e come tale merita rispetto con le sue sette demoniache e tutto il resto. E non parliamo del layout delle avventure pre seconda edizione (vedi The Enemy Within) che sono tuttora il benchmark con il quale valuto tutto il resto.

Al momento altre non me ne sovvengono. La TdM non mi ha mai interessato al di la dei libri. Cyberpunk fa cagare, punto. La Providence o quel che l’è dove si ambientano le avventure di Call of Chtulhu mi stimola quanto una puntata di X-Factor. Poi ci sono i vari ibridi come Torg e Palladium, i mondi alternativi come quello di Ars Magica e così via. Diciamo che nell’insieme nessuna di queste mi ha mai colpito fino in fondo. Potrei dover integrare il post, però 🙂

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§ 2 risposte a DnD: la sfida dei 30 giorni parte 4

  • Mick ha detto:

    Ah ecco dimenticavo. Di solito rifuggo alle ambientazioni troppo legate a una storia principale – sia Heroic Fantasy (era Hyboriana, Moorcock) che fantasy a largo respiro (Terra di Mezzo, Dragonlance). Mi sentirei perennemente in secondo piano.
    Altre ambientazioni che di solito evito sono quelle storiche. Anche in questo caso, salvo eccezioni, il fatto di sapere già “come va a finire” mi lascia sempre un po’ un sapore amaro in bocca.

  • solidtom ha detto:

    Terra di Mezzo all the way per me.
    Subito dietro Mystara, poi Forgotten Realms e quindi l’Hyborian Age di Conan. Menzione d’onore per il Vecchio Mondo di Warhammer nel quale giocai solo due campagne anni fa con Rolemaster ma che è rimasto nel mio cuore.

    Ultimamente comunque la mia preferenza va alle ambientazioni home-brewed, che “crescano” insieme alle vicende dei personaggi. Lo stile preferito è quello low (low low low low) fantasy, quasi-storico, con qualche accennato elemento esoterico. Dark & gritty insomma.

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